La “Storia” di Silvia

Maggio 14, 2008

 

Le nostre storie  sono il tessuto connettivo sul quale s’inseriscono  quelle considerazioni e riflessioni che ci uniscono nella ricerca per un mondo migliore. E siamo in tanti che lo desideriamo. 

Questa è la storia di Silvia:

La ns storia comincia tanti anni fa, ma l’episodio più eclatante che ha trasformato la ns vita, è successo nel giugno 2006. Mia sorella, nata prematura, ma con la convinzione dei medici che sarebbe comunque cresciuta normalmente, (con più calma, ma che sarebbe comunque arrivata), grossi problemi nn ci ha mai creato. Da sempre è stata considerata “la poverina”, trattata come una bambina anche quando cresceva, situazione famigliare non delle più idonee, i ns genitori si son separati con vere tragedie napoletane e mia sorella di questo ha sofferto tantissimo (anzi penso che la sua crescita si sia fermata proprio in quel momento). Sempre attaccata alla Tv a guardare i programmi più stupidi, mia mamma che faceva 2 lavori per mantenerci, mio padre alquanto assente ed io che purtroppo avevo solo 1 anno in più di mia sorella e nn mi rendevo conto di quello che stava succedendo. Così, Lei “abbandonata” a se stessa, ha cominciato a crearsi un suo mondo, ha scoperto i cellulari e con loro internet! Purtroppo si sa che certe persone che navigano su certe chat non sono delle più raccomandabili, e infatti così è stato. Ha conosciuto persone che nn so come, sono riuscite a raggirarla talmente tanto da arrivar a rubare soldi in casa nostra e dei nostri parenti pur di ricaricare il cellulare a lei e a queste persone, ed ad aver dubbi sulla sua sessualità. Il cellulare era diventato la sua droga, di giorno, di notte, in continuazione, lei aveva sempre il cellulare in mano, come drogata. Era arrivata a dirci bugie gigantesche, ad aver poi paura lei stessa delle persone che conosceva, ad aver fobie.

Così decidemmo di andar da uno psichiatra. Questo, fatta la sua diagnosi, cioè : “ridardo mentale con disturbo di personalità borderline”, ci consiglia una comunità di recupero. Scossi da questa “sentenza”, per un po’ decidiamo di non portarla più da questo dottore perchè per noi l’idea proposta era troppo forte (non aveva mai fatto nulla di così grave a ns parere!) Senonchè nel giugno 2006 mia sorella diventa sempre più ingestibile, i soldi sparivano sempre + e nn riuscivamo più a capire se quello che diceva, faceva, fossero solo fobie create dalla sua testa o se fosse verità. Così tornammo dalla pschiatra e con il dolore più grosso che avessimo mai provato in vita nostra, io e mia mamma, e di conseguenza mio papà, decidemmo di parlar con lei per cercar di farle capire la necessità di questo percorso in comunità. Lei non era entusiasta ovviamente all’inizio, ma poi, frequentando la comunità per i vari colloqui con degli educatori, visto l’ambiente, si convinse che fosse giusto per Lei. Così il 20/7/06 entra in questa comunità. Una comunità bellissima, curatissima e con molti ragazzi che esprimono veramente felicità e gioia di vivere. Il dolore più grande è stato il vederla entrare piangendo, ci ha distrutto l’anima. Non abbiam potuto vederla per 9 mesi (come una gravidanza!), il metodo della comunità è l’allontanamento dalla famiglia per il periodo iniziale in modo da nn influenzare il suo percorso. Non potete immaginare il ns stato d’animo, le umiliazioni subite dalla gente che in paese diceva che questa scelta era stata da noi presa per “liberarci di un peso”!!!!! Il malassere interiore che ci tormentava nel capire se avessimo fatto la cosa giusta, insomma 9 mesi di vero inferno. La 1° volta che l’abbiamo vista, hannno chiamato me e mia mamma era PASQUA. L’emozione che avevamo era fortissima. Lei non lo sapeva che ci avrebbe visto, e appena arrivate ci è saltata al collo piangendo tantissimo, dalla gioa tremava tutta. Abbiam parlato molto e ci è sembrata molto serena. La II° volta dopo un paio di mesi, è venuto anche mio padre e figurarsi Lei, io e mia mamma potevamo anche nn esserci che era lo stesso. Poi fino a novembre, quindi per altri 4/5 mesi, più vista; nn ci hanno più chiamato e quando telefonavamo noi ( visto che non si può chiamare spesso) ci dicevano che aveva molti alti e bassi e che finchè nn si comportava “bene”, noi nn la potevamo vedere. Sennonchè il 23 novembre mi suona il telefono in ufficio ed è la comunità; senza tanti preamboli mi dicono che nel pomeriggio l’avrebbero mandata a casa per un periodo di 10/15 gg perchè faceva troppo arrabbiare e doveva esser punita (con l’espulsione dalla comunità) per capire che se voleva “guarire” doveva aver la voglia lei di farlo e quindi doveva capire che là era il posto giusto. In un attimo ci si è ristravolta la vita! MA COME?! SE ERAVAMO NOI IN GRADO DI CURARLA MICA LA MANDAVAMO IN COMUNITA?! MICA PATIVAMO LE PENE DELL’INFERNO?! Vabè, fiduciosi della struttura, accettiamo questa ulteriore “prova” e in un paio d’ore decidiamo, io e mio marito, di provare noi a fare quanto detto. Mia madre in forte stato depressivo, nn se la sentiva di “trattarla male” come ci dissero e per questo mi presi io “l’onere”. Per non dilungarmi troppo, dai 10/15 gg che doveva star a casa (per capire che aveva sbagliato e che noi non la volevamo più alle sue condizioni) sono passati 2 mesi e mezzo!

Non dico che da quell episodio avessimo perso fiducia nella comunità, ma il metodo scelto non ci è sembrato dei più idonei. Tutto d un tratto, così da un attimo all’ altro, senza aver le competenze giuste, abbiam dovuto fare cose che umanamente risultano inconcepibili. Figurarsi dopo tutto il tempo che nn la vedevamo e con il senso di colpa a mille per averla mandata in comunità, trattarla male e nn farle vedere la mamma per stimolarla a voler tornare là, è stata davvero dura. Ci son stati momenti che nn riuscivo più a capire se ero io che avevo problemi o lei! Due mesi così non li dimenticherò mai, ho dovuto anche star a casa dal lavoro per gestirla, perchè da sola in casa nn poteva rimanere, altrimenti rischiavamo potesse far stupidate. La mamma in questi 2 mesi nn l’ha mai vista e questo forse è stato davvero il motivo per cui ha voluto tornare là. A febbraio è rientrata e ad oggi dobbiam ancora vederla, ha ancora momenti di alti e bassi. Nel frattempo io e mia mamma abbiam girato come pazze da psicologi e pschiatri in cerca di qualcuno che ci desse “la soluzione”, ma solo ora e nn sono ancora convinta del tutto, la soluzione, detta dai medici interpellati nn esiste. Lei ha un disturbo di ritardo mentale medio e per questo nn potrà mai essere “normale”. Purtroppo nn riesco a crederci, forse è proprio vero che la speranza è l’ultima a morire, dovreste conoscerla, è una persona speciale, intelligente, socievole, ma con alcuni momenti buii, daltronde chi nn li ha? A volte mi chiedo ma perchè? Nn ha ucciso nessuno, nn è violenta, nn ha mai goduto niente nella vita, perchè Lei si deve meritare una vita così?! Si è lasciati soli nella disperazione più totale, a lottare contro qualche cosa più grande di noi. Il metodo della comunità, nn so se è giusto o sbagliato, ma di qualcuno dovremmo pur fidarci. Lei è serena, quando era con me a casa, ne parlava benissimo e speriamo sia davvero così; arrivi ad un punto dove davvero non capisce più cosa sia giusto e cosa no.
Con affetto Silvia


Medici: capri espiatori dell’industria farmaceutica

Maggio 12, 2008

Dal libro del Biologo americano Bruce Lipton ” Biologia delle credenze”  ( Macro Edizioni, 2006) estraiamo questo brano per approfondire la breve sollecitazione che Ionnidis ci ha fatto nel suo ultimo Post.

Per quanto ammiri l’antica saggezza della medicina orientale , non intendo attaccare i medici occidentali che prescrivono massiccie dosi di farmaci che contribuiscono a trasformare una professione di guarigione in uno strumento letale. I medici sono presi fra due fuochi, la loro formazione intellettuale e gli interessi delle multinazionali, e sono pedine del gigantesco complesso dell’industria farmaceutica. La loro capacità di guarire è ostacolata da una formazione medica antiquata, fondata su un Universo newtoniano escusivamente materialistico. Purtroppo, questa visione del mondo è superata da circa settantacinque anni, quando la fisica accettò uffcialmente la meccaniva quantistica e riconobbe che in realtà l’Universo è fatto di energia.

Negli anni successivi alla laurea, quegli stessi medici ricevono una martellante formazione sui prodotti farmaceutici da parte degli informatori medici, i galoppini dell’industria farmaceutica.  Questi non medici, che hanno come unico obiettivo la vedita dei prodotti, forniscono ai medici le “Informazioni ” sull’efficacia dei nuovi farmaci. Le case farmaceutiche offrono gratuitamente questa formazione per convincere i medici a “spacciare” i loro prodotti. E’ evidente che la massiccia quantità di farmaci prescritti nei paesi occidentali violano il giuramento di Ippocrate pronunciato da tutti imedici: ” per prima cosa non nuocere”.

Siamo stati programmati dalle multinazionali  farmaceutiche a diventare un mondo di drogati farmacodipendenti, con risultati disastrosi. Bisogna fare un passo indietro e integrare le scoperte della fisica quantistica nella biomedicina, per creare una medicina nuova e più sicura, in armonia con le leggi della  natura. “ ( pagg. 124-125)

 


Vaccini e Malattie mentali

Maggio 9, 2008

Abbiamo ricevuto questa importante informazione, di cui ringraziamo sentitamente, e che pubblichiamo nella speranza di una utilità immediata per quanti ci seguono e non:

DESIDERIAMO SEGNALARE CHE ESISTE UN INTERESSANTE LIBRO:
“VACCINAZIONI il grande attacco al cervello e alla psiche” di HARRIS L.COULTER in lingua italiana che tratta la relazione tra vacinazioni e anche malattie di tipo mentale
 
Secondo noi è importante trovare un modo più umano possibile per gestire e convivere col disagio mentale ma è altrettanto importante ricercare le cause del disagio stesso. Non dimentichiamo che fino a pochi anni fa l’autismo veniva considerata una malattia esclusivamente psicologica attribuita ad una relazione con una “madre frigorifero” .
Oggi è unanimamente riconosciuto che l’autismo è una malattia neurologica e che i vaccini possono avere un ruolo nello scatenare questa patologia.
 
Speriamo di contribuire ad informare la gente ma soprattutto la classe medica (che viene esclusivamente informata dalle case farmaceutiche). Daltronde l’85% della ricerca medica viene finanziata esclusivamente dalle case farmaceutiche. Quindi molti medici sono in buona fede senza un senso critico, altri sono totalmente comprati dalle case farmaceutiche. Un caro saluto .
Aristotelis e Bianca

“Riuscire con pieno successo a liberarsi dagli psicofarmaci”

Maggio 5, 2008
Fabrizio d’Altilia, personalità di spicco del “Metodo alla salute” propugnato dal Dr. Loiacono,   ci segnala questo libro selezionato da un Post del Blog  “Infermieri  e Salute Mentale”.
Peter Lehmann (Ed.)
Liberarsi dagli psicofarmaci
Riuscire con pieno successo a liberarsi da neurolettici,
antidepressivi, litio, carbamazepina e tranquillanti
Con le prefazioni di Judi Chamberlin, Pirkko Lahti e Loren R. Mosher
352 pagine · ISBN 0-9545428-0-0 (edizione britannica) · 1-891408-98-4
(edizione americana)
Berlino / Eugene / Shrewsbury: Peter Lehmann Publishing 2004
€ 21.90 · CHF 40.50 · £ 14.99 · US-$ 24.95 · CAD 33.60 · JPY 2940
Il primo libro al mondo sul tema “Riuscire con pieno successo a liberarsi dagli psicofarmaci“. Contiene le esperienze vissute di 28 pazienti psichiatrici di tutto il mondo e gli interventi di psicoterapeuti, medici, psichiatri, terapeuti della medicina naturale e alternativa nonché di altri professionisti in grado di aiutare coloro che desiderano smettere di assumere gli psicofarmaci.
“Leggere questo libro è un obbligo per tutti coloro che sono sfiorati dall’intenzione di assumere o di
non più assumere queste medicine che, legalmente, modificano la personalità e, forse, è ancor di più
un obbligo per coloro che hanno il potere di prescriverle“.Dott. Loren R. Mosher, Soteria Associates
“Il libro è provocatorio: le esperienze della vita divergono talvolta dalle conclusioni a cui arriva la
scienza. Si basa infatti sulle esperienze personali di pazienti psichiatrici e di professionisti in grado di
aiutarli a smettere di assumere psicofarmaci, costituendo in questo modo una buona base di partenza
per intavolare una discussione. Questo libro dovrebbe essere presente in tutti gli studi professionali, in
tutti i reparti ospedalieri nonché nella biblioteca di tutti i pazienti psichiatrici“.Pirkko Lathi, direttrice dell’Associazione Finlandese per la Salute Mentale e presidentessa del World Federation for Mental Health Il libro si rivolge a coloro che sono soggetti a trattamento psichiatrico e che, di propria volontà,
desiderano smettere di assumere gli psicofarmaci loro prescritti. Contemporaneamente si rivolge ai loro
familiari e terapeuti. Milioni di persone assumono psicofarmaci (p. es. Imap, Haldol, Serenase, Saroten,
Tavor, Valium e Zyprexa). Per loro le testimonianze dettagliate, di come sia stato possibile smettere di
assumere queste sostanze, senza per questo venir ricapultati nello studio dello psichiatra o nel
reparto psichiatrico, sono di vitale importanza. Gli ex-pazienti psichiatrici che hanno contribuito al libro con
le loro testimonianze provengono da tutto il mondo (Australia, Austria, Belgio, Danimarca, Germania,
Giappone, Inghilterra, Nuova Zelanda, Olanda, Serbia & Montenegro, Svezia, Svizzera, Ungheria e USA).
Attualmente tutti vivono liberi dagli psicofarmaci. Ad integrazione otto professionisti, tra cui psichiatri,
medici, psicoterapeuti, assistenti sociali, terapeuti della medicina naturale e alternativa, spiegano come
aiutano i loro clienti a smettere di assumere gli psicofarmaci.
 
 
 

 

Il libro è articolato nei seguenti capitoli:
 La difficile decisione
·
Smettere senza problemi di astinenza
·
Smettere gradualmente
·
Smettere non senza problemi
·
Smettere controbilanciandosi
·
Smettere con assistenza professionale
·
Psicofarmaci: meglio assumerli qualche volta che sempre
·
Assistenza professionale
·

Dopo aver smesso
 
 
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Scritto da: INFERMIERIRIBELLI alle ore 13:07 | link | commenti | categoria: media, farmaci, liberta, medicina alternativa, medici, salute mentale

 


Ciò che è inutile, è anche pericoloso

Maggio 3, 2008

Questo brano è tratto dall’Editoriale di Giorgio Gustavo Rosso nel numero 24 del trimestrale “Scienza e Conoscenza” edito nel 2008. Ci è sembrata una riflessione importante e perciò da divulgare in quanto  posizione che ripropone con forza il problema dell’ecologia della mente, che è , secondo noi, il problema universale più importante.

“… ho letto migliaia di libri, riviste,articoli e ho visionato molti filmati. Prima per ragioni personali e poi familiari le mie letture si sono concentrate sui temi della salute.Più approfondivo un argomento e più rimenevo inorridito di fronte ai crimini della medicina accademica. Pensiamo al parto e alla nascita: in gravidanza esami invasivi, inutili e pericolosi, medicalizzazione del parto con forte crescita di eventi gravi a danno di mamme e neonati;durante il parto posizione innaturale e assurda della donna; ambienti totalmente inappropriati; incremento dei tagli cesarei senza giustificazione, se non economica;disincentivazione all’allattamento al seno; procedure sanitarie sul neonato prive di giustificazione scientifica; alimentazione del neonato artificiale e dannosa. Più studiavo e più prendevo coscienza delle assurdità, delle violenze e delle sofferenze a cui è sottoposta tanta parte dell’umanità per ragioni di puro interesse economico.

Senza farmaci si vive meglio…Eppure non avevo e non ho alcun motivo di lamentarmi. Ho letto, riflettuto, deciso  e agito di conseguenza. Ho eliminato dalla mia vita l’industria farmaceutica e i medici che le ubbediscono  per interesse personale. Ho eliminato farmaci, vaccini, antibiotici e lassativi dalla mia vita e da quella dei miei figli. Cerco di mangiare in maniera sana e equilibrata, e di vivere in ambienti poco inquinati. Conosco centinaia, forse migliaia di famiglie che hanno seguito percorsi molto simili e ottenuto gli stessi risultati: tutto procede per il meglio per tutti noi. La spesa sanitaria media della mia famiglia in trent’anni, moltiplicata per qualche decina di milioni di italiani ci renderebbe probabilmente il popolo più ricco della terra, grazie agli immensi rispsrmi ottenibili per le Casse dello Stato. Enorme sarebbe anche la riduzione dell’inquinamento causato dai veleni presenti in farmaci chemioterapici, psicofarmaci, antibiotici e vaccini.

La vita umana potrebbe essere ancora più lunga e felice di oggi , senza la dipendenza da tanti farmaci e dai gravi effetti fisici e psichici che provocano. Ciò che ho rapidamente riassunto riguardo alla salute, si può applicare a ogni ambito della nostra vita.  L’informazione accademica è quasi sempre priva di validità, falsa, manipolata, pervertita per scopi economici. Non possiamo mai fidarci: è indispensabile sviluppare la capacità di valutare tutto ciò che ci viene detto: la consapevolezza è la più grande ricchezza che possiamo procurarci, insieme alla capacità di amare e perdonare, prima di tutto noi stessi  e chi ci è vicino.

….”


Alcune domande sull’amore per il figlio

Aprile 25, 2008

                         

E’ vero che per amore del figlio si può fare tutto? Ma è lecito fare tutto? Cioè si può rubare per amore di un figlio? Inversamente si perdona un figlio che ruba? O si condanna un figlio che in preda all’alcool investe e uccide? E se tuo figlio è malato ha diritto a ogni genere di accoglienza e di perdono? O se tuo figlio ti minaccia, come rispondi? Con l’amore?

Esiste un limite che separa l’amore fra un genitore e un figlio? Esiste una sottile linea che separa  quello che devi accettare da quello che non puoi accettare? Oppure questo invisibile filo non esiste e ti poni davanti a lui senza condizioni, senza proteste, senza pretese, senza emettere un lamento? Dov’è la linea di confine, se esiste, fra queste due polarità?

Le risposte della Psicologia sono scontate. Molto meno quelle dell’etica filosofica o religiosa.  Siamo passati dalle proposte del Codice di Hammurabi , ” occhio per occhio, dente per dente” a quella molto complessa del  Cristo: ” di fronte all’offesa porgete l’altra guancia…”

Qual’è la giusta direzione? Esiste anche una via di mezzo? Oppure l’amore vero, reale, ti porta nel con il suo carico di estremismo a comportamenti che paiono ancor oggi paradossali per la natura umana? Tutti noi girovaghiamo in una girandola di posizioni e di affermazioni più svariate. Affermiamo ma nella realtà siamo coerenti?

Più la situazione è difficile e più i comportamenti si fanno diversificati. Più il problema è complesso e più scattano reazioni e azioni fra le più disparate. ma non solo da parte dei genitori… la stessa simdrome colpisce tutto l’ambiente che circonda la/le persone. I proclami di principio che fanno bella mostra nelle leggi, nei regolamenti, nei rapporti professionali, nelle relazioni affettive spesso divengono una eco lontana sulla quale si inserisce violentemente  una dimensione di violenza esplicita e non.

L’Amore per un figlio  ( così come l’amore per il prossimo, così come l’amore per noi stessi) è una “impresa” difficile, è un impegno a volte impossibile o a volte profondamente gratificante. Ti può emozionare così violentemente da toglierti il respiro così come ti può lasciare congelato sul marciapiede di casa in attesa di una soluzione che non trovi.Ma una voce interiore in ogni caso si fa sempre presente per ricordarti che è tuo figlio… è tuo figlio…


“Luna Mancina” ci narra la sua storia

Aprile 14, 2008
Grazie a Luna Mancina per  condividere  la sua storia con noi tutti.  Le siamo riconoscenti perchè speriamo che attraverso le sue parole “altri” possano trovare il coraggio di scrivere la loro storia o alcuni possano trovare spunti per  modificare cure o punti di vista, spesso cronicamente uguali nel tempo.
Ciao a tutti, ecco la mia storia.

E’ iniziato nel marzo 2006, il travaglio tra cliniche e medici, del SSN e privati. In un giorno preciso, ad un’ora precisa. Era di pomeriggio e mi ricordo che è come se mi fosse arrivata addosso un’onda gigantesca e mi avesse sommerso: un’onda di angoscia indescrivibile. Si era rotto qualcosa in me. L’ho sentito tangibilmente, tanto che volevo telefonare al mio medico di base per dirgli che stavo male. Ma non ci sono riuscita, quello che mi era arrivato addosso è stato più forte della ragione: ho tentato (il primo) il suicidio. Ma era già da un po’ che angoscie, paure, nervosismi, sensi di colpa, sbalzi di umore mi prendevano durante il giorno, e alla notte ad un’ora precisa, come se avessi avuto una sveglia in testa puntate sulle 3 del mattino, mi svegliavo. Quindi a questi mesi di malessere è seguito un punto di rottura tale che in un mese ho fatto diversi T.S. (con farmaci), ad uno di questi è seguito il ricovero in una clinica psichiatrica privata-convenzionata.
Il medico che mi aveva in cura mi ha parlato solo alla visita per le dimissioni. Nessuno, a parte una dottoressa “tirocinante” mi ha mai fatto un colloquio, anche per capire cosa mi era successo! Questa neo-dottoressa, mi ha dato dei test scritti da compilare. La cosa che più mi ha lasciato estrefatta è stato che nelle risposte ai test io sono risultata dichiarare che ho avuto dipendenze da droghe. Non ho capito come, ma ho dichiarato di essere (stata) una tossica, quando in realtà non ho mai fatto uso di nessun tipo di droga, sono astemia ed ho imparato a fumare (ma ho già smesso) proprio durante il ricovero in “quella clinica”.

Il risultato è stata, alle dimissioni, una bella diagnosi di “disturbo borderline di personalità”.

E quella mi sono portata dietro per due anni, nei sucessivi ricoveri e nei sucessivi colloqui con i medici che ho avuto. Ho così cambiato tantissimi farmaci, ma nessuno mi dava giovamento. Ho studiato, da autodidatta, in questi anni il distubo di borderline e so, che essendo un disturbo di personalità, i farmaci sono solo dei palliativi per i sintomi come l’umore ciclotimico, ecc. Quindi pensavo che ormai per me tutto sarebbe rimasto così.

Poi un giorno, come nelle favole, ho incontrato un medico che mi ha dato un farmaco antidepressivo a dosi terapeutiche. Da quel giorno ho ricominciato a ridere. Ho ricominciato a vivere.

Nessuno fino ad allora mi aveva curato la depressione…

Ho scoperto, grazie alla testardaggine del mio attuale terapeuta, che oltre alla depressione ho un disturbo di pensiero di tipo ossessivo che, per fortuna, ora viene egregiamente arginato dallo zoloft. Oggi sto facendo un percorso terapeutico con questo “giovane terapeuta”, ma lo sto facendo non per superare il disturbo di borderline, ma per superare altri tipi di disagio psicologico che mi porto appresso (e se Dio vuole ne uscirò, prima o poi). Ovviamente io ho “un carattere borderline”, ma non un vero o grave disturbo di personalità, perchè io vivo una vita normale, con le mie relazioni sentimentali (sono sposata da 8 anni), con le mie amiche, i miei familiari, etc. Certo, non me ne lavo le mani e tento di gestire meglio i mie lati negativi. Che sono tanti, tantissimi…!

Quindi la solita storia: diagnosi sbagliate (totalmente o in parte), farmaci sbagliati, medici disattenti, poca voglia di prendersi la responsabilità di “cambiare la diagnosi del collega”, etichette che rimangono attaccate al malato per tutta la vita, anche se non corrispondono al disturbo reale dello stesso.

ciao, un grande abbraccio.

Luna Mancina


La “Storia” di Michela

Aprile 5, 2008

 

Anche Michela ci ha inviato la sua storia. La ringraziamo di cuore. Speriamo che molti altri seguano coraggiosamente il suo esempio.E’ importante far emergere la realtà del disagio mentale e sociale che lo circonda. Il silenzio permette  al sistema sanitario  e ai suoi operatori di AUTOASSOLVERSI giorno dopo giorno. Le testimonianze dolorose sono lo strumento più vero e incisivo che si possa usare. In un mondo dove tutti protestano e tutto rimane comne prima, saranno queste storie che potranno, finalmente, fare breccia nel muro dell’indifferenza e dell’egoismo sociale.

 

 

 

 

Riflettevo sulla violenza che ha sempre circondato la malattia mentale.

Forse oggi non si chiama più malattia mentale, si chiamano disturbi del comportamento, dell’umore o della personalità. Non si ammala il cervello, si ammalano i sentimenti.

Un tempo queste persone finivano nei manicomi, ci entravano dopo una bevuta eccessiva, dopo un tentativo di suicidio, oppure per i sintomi dell’uso di droghe.

Si passava dal pronto soccorso al manicomio,  pardon ‘ospedale psichiatrico’. Ci sono persone che hanno raccontato le umiliazioni subite,  le percosse, l’essere lasciati soli senza sapere se la famiglia era avvertita, se i loro cari erano al corrente, se li avevano volutamente abbandonati, oppure se, semplicemente, non erano permesse le visite.

Oggi diamo premi letterari a chi scrive i racconti di queste storie.

Oggi ci sentiamo moralmente superiori a quegli infermieri che schernivano i loro pazienti e li calmavano a pugni e calci.

Oggi … oggi… oggi…

Oggi tutto questo esiste ancora.

Esiste ancora quando porti un figlio sofferente al pronto soccorso chiedendo aiuto per capire la sua rabbia e ti dicono: “Signora, se lei non sa gestire suo figlio minorenne, noi glielo portiamo via!”

 ‘Mia figlia sta male, casomai c’è bisogno di un intervento terapeutico, non di una comunità educativa che non dà regole, che permette l’uso di droghe cosiddette leggere e uscite notturne’ . Ovviamente  parlo della situazione delle tre comunità educative della mia città.

“Almeno mandateci un educatore a casa!”  Tentiamo ogni strada possibile prima di arrivare all’allontanamento forzato.

 

Non c’è più la camicia di forza, siamo un paese civile! Non abbiamo più infermieri forzuti, ma abbiamo gli assistenti sociali, abbiamo gli educatori, abbiamo le cooperative sociali che devono pur lavorare. Per ogni ragazzo assistito nelle comunità educative il comune paga 100-150 euro al giorno. Anche il disagio giovanile serve ad aumentare il Pil.

Ma torniamo alla nostra storia

Noi viviamo in  una città moderna ,  abbiamo risolto il problema della malattia mentale dichiarando che non c’è più, probabilmente perché non è mai esistita, dipendeva  tutto dalle cattive interazioni genitori-figlio. Basta rompere questo legame e magicamente il disagio scompare. Ecco perchè non ci sono sostegni terapeutici per situazioni come le nostre.

 

E invece noi siamo qui per testimoniare che la violenza dei vecchi manicomi c’è ancora, intatta.

C’è  quando tagliano i legami con la famiglia, c’è quando dicono al ragazzo, adesso che sei lontano da quell’inferno che era casa tua, noi ti salveremo.

Solo che una mamma c’è sempre, può essere stanca, forse depressa, a volte contenta, ma c’è a tutte le ore del giorno, mentre l’educatore cambia, l’assistente sociale ha i suoi orari. E il ragazzo si sente solo, abbandonato da quelli che dicevano  di volerlo aiutare.

Viene messo in una casa che non è la sua, in mezzo a ragazzi non equilibrati, come lui, finisce per sentirsi una persona diversa, non può più stare con i fratelli, con i cugini, condividere i normali momenti di festa familiari, i compleanni, le ricorrenze varie.

Mia figlia non si tagliava, ha imparato a farlo in questa comunità.

Mia figlia parlava moltissimo con me, ci hanno impedito di comunicare con lei.

Per molti mesi non ci siamo più sentite, finchè un giorno ha preso il telefono di nascosto e ci ha chiamato per dirci che ci voleva bene, e che non era vero quello che ci diceva l’assistente sociale, e cioè che lei era arrabbiata con noi.

Se qualcuno impedisse a un cagnolino di stare con il suo padrone, verrebbe denunciato all’autorità giudiziaria per maltrattamenti su un animale.

Invece si può impedire a un figlio di mantenere i rapporti con i suoi genitori.

Ci hanno lasciati soli per 17 anni. Abbiamo fatto decine e decine di colloqui, ma nessuno si è preso la responsabilità di fare una diagnosi su di noi e su nostra figlia. Quando stanchi  e amareggiati siamo andati da un medico abbastanza noto di un’altra regione, e lui ha fatto una diagnosi molto seria sulla situazione di nostra figlia, allora i medici locali si sono spaventati, perché è risultato evidente che avevano sottovalutato il caso. Hanno chiesto al tribunale dei minori di toglierci ogni diritto come genitori, per impedirci di parlare, di raccontare come stavano le cose.

Siamo le vittime di una violenza indicibile: siamo relativamente noti, come famiglia nel nostro ambiente. Come posso dire pubblicamente che ho perso la potestà genitoriale di questa figlia. Mi hanno tappato la bocca, ci tengono in pugno con la minaccia di sottrarci gli altri figli minori (che per fortuna stanno bene, sono bravi a scuola, fanno sport, scout, hanno amici) .

La nostra società civile continua ad emarginare la malattia psichica, e, come ha fatto con noi, ci ha emarginato come famiglia, ci hanno rovesciato addosso colpe ed accuse che nessuno ha mai dimostrato, che sono state dette a voce, mai riportate per iscritto, probabilmente perché non erano dimostrabili. Ma non c’è bisogno di dimostrare che una famiglia è colpevole, è così, è nell’ordine naturale delle cose.

Nella nostra civile società siamo stati giudicati senza processo, siamo stati trovati colpevoli senza prove.

No, non esistono più quelle cose brutte che sono scritte sui libri di chi è uscito dal manicomio, e ha raccontato la sua storia.

Ne siamo proprio sicuri?

 

Il 2 aprile è un anno che ci hanno portato via nostra figlia, era lunedì santo.

Dopo qualche giorno che non dormivo più ho trovato una bibbia a casa e si è aperta su queste parole:

 

<<Passando vide un uomo cieco dalla nascita , e i suoi discepoli lo interrogarono: “Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?”.  Rispose Gesù: “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio.>>

( Gv  9,1-3,  guarigione del cieco nato)

 

Queste parole mi hanno accompagnato in questo anno, non le ho capite pienamente.

Le opere di Dio in questa storia ancora non le vedo.

Ma mi tengo queste parole vicine al cuore sperando che un giorno illuminino le tenebre di oggi.

 

…………… 12 marzo 2008                                                                                Michela


Le “ragioni” di questo Blog

Aprile 1, 2008

Scrive  Bruce Lipton, biologo epigenetico, in “Appunti sulla evoluzione cellulare” ( Scienza e Conoscenza, N.23, febbraio 200 8) :

“…E questa evoluzione, alla fine ha condotto agli esseri umani. Noi abbiamo 50 trilioni di cellule, ma la cosa interessante è che questo rappresenta l’evoluzione più completa di tale forma di vita, quindi non è possibile rendere l’essere umano più intelligente, ogni essere umano raggiunge un limite massimo, proprio come le cellule. Allora l’evoluzione si è fermata? No. Come è accaduto in precedenza per le cellule, che si sono riunite in comunità, ora anche le persone fanno lo stesso. Quindi l’evoluzione fa un balzo verso il livello successivo, quello della comunità, in cui noi siamo come cellule in un più ampio contesto chiamato umanità.

L’umanità è l’organismo che si evolve e, non l’essere umano individuale.

Perciò l’umanità sta passando attraverso una evoluzione come comunità multi-cellulare in cui ognuno di noi porta la propria intelligenza da condividere con una comunità più ampia per creare una intelligenza molto più grande.”

Quanto scritto sopra suggerisce esattamente del perchè noi ci siamo decisi a  pubblicare questo Blog. Le ragioni sono evidenti: nessuno può ormai sperare di risolvere i problemi di tematiche così complesse sperando nell’intervento di un bravo psichiatra o di un operatore particolarmente sensibile. Abbiamo tutti un gran bisogno di connettere le nostre esperienze, quindi la nostra intelligenza, con quelle degli altri: è questo il senso di una comunità che funziona. Ma, è da notare, che non abbiamo bisogni solo delle intelligenza degli addetti ai lavori, ma abbiamo tutti bisogno di connettersi con l’esperienza di tutti , siano membri delle famiglie, siano lettori affezionati o occasionali, siano pazienti cronici o giovani in trattamento, siano artisti o operai. Tutti, veramente tutti, possono e ( dovrebbero) contribuire a formare quella Rete Sociale pluridimensionale che può essere il contributo più evolutivo , quindi più avanzato, per la soluzione di problemi complessi come quello del disagio mentale.

A questo proposito abbiamo notato che questa sentimento comunitario stenta a decollare. Molti ci scrivono, ma molti se ne vanno. Molti ci lasciano i loro appunti ma molti non insistono nel allargare e approfondire le varie esperienze che si disvelano via via nel Blog. E invece proprio di questo abbiamo bisogno: che intelligenza e esperienza formino un intreccio quotidiano il più ampio possibile su tutti i fronti: dalle cure farmacologiche alle esperienze nelle case famiglia, o nelle residenze protette o nella famiglia stessa, fonte di tanti traumi ma anche di una possibile guarigione.

Sicuramente il nostro lavoro è imperfetto e può risultare insoddisfacente, ma, proprio per questo, c’è il grande bisogno di un contributo da parte di tutti per realizzare una comunità di conoscenze che può aiutare molti di noi.

Almeno è questa la nostra intenzione.


La Preghiera di “Una come voi”

Marzo 22, 2008

 

 Abbiamo ricevuto questa preghiera, semplice e profonda,  da “una come Voi”. Oggi, Sabato Santo, in attesa della resurrezione di Cristo e di tutti noi, i paria della terra, ci  sembra significativo esprimere la nostra speranza con una invocazione al Padre.

 

  Signore,
sia fatta la Tua volontà,
come in cielo,
così in terra.

Le Tue leggi sono a noi oscure
ma Tu sai e noi ignoriamo
lasciamo a Te le nostre ansie e riponiamo in Te le nostre speranze.
Ci fidiamo di Te, tu sai.

Amen