Sofferenza Psichica. Interrogativi

 

Questo pezzo è pubblicato da Paolo Teruzzi myblog.it a cui idealmente ci associamo

sofferenza psichica – interrogativi

 

Da circa un anno non lavoro più direttamente nella comunità psichiatrica che ho coordinato a lungo.

Dopo 10 anni di vita comunitaria, di reperibilità notturna, di emozioni coinvolgenti, mi chiedo se il lavoro fatto non sia stato costellato di illusioni ed errori. Per un singolare caso mi distoglie da tali pensieri la visita inattesa di  A. e P. che ormai vivono fuori dal CEAS e danno segni chiari di benessere. Sono affettuosi e simpatici. Forse ho torto quando vedo tutto grigio.

Allora ripenso ad un altro ex ospite che poco tempo fa  è venuto in visita. N. sta ora in una struttura più sanitarizzata, una specie di clinica.

E’ stato a lungo homeless. Senza farmaci e senza relazioni affettive  delirava ma vagava decentemente libero. C’era abbastanza spazio perché la sua potentissima mente potesse produrre un caleidoscopio di visioni senza porlo in conflitti troppo distruttivi col resto dell’umanità. Viaggiava per il mondo e solo raramente veniva ricoverato per qualche giorno. Una risistemata e via di nuovo “on the road”. La vita per strada ha però i suoi inconvenienti, anche pratici: freddo, rischi, mancanza di mezzi ecc.. Alcuni operatori pensarono di appoggiarlo allora alla nostra comunità. Io assentii.

Sono passati alcuni anni. N. si è dovuto relazionare con decine di pazienti e operatori  e si è rassegnato ad assumere farmaci.

Ma alla fine, temo, le relazioni affettive hanno riattivato una serie di vissuti dolorosi ormai sepolti. I fantasmi dell’infanzia, dei rapporti con la madre e col padre hanno ripreso vigore e N. ha ricominciato ad affondare in un oceano di paure, sensi di colpa, sentimenti persecutori e fantasie di aggressione.

Forse anche i farmaci, in questo caso, hanno funzionato poco. La sua mente ha continuato a plasmare allucinazioni e deliri ma questi hanno smesso di spaziare in orizzonti ampi, nei quali i sentimenti persecutori e paranoici potevano pian piano stemperare. Hanno finito per saturare lo spazio più angusto della sua vita di comunità e delle relazioni privilegiate ivi instaurate. E qui hanno dovuto trovare sfogo.

Un giorno N. ha ucciso il gatto della comunità. Pressato da “ordini superiori” che gli chiedevano una prova di forza e di fedeltà ha chiuso il micio in una borsa e lo ha buttato nel fiume. Poi mi ha confessato che il mandato primario era di uccidermi. Ma lui era affezionato a me ed ha lottato con tutte le sue forze per non farlo. Poi ha provato un “depistaggio”, sperando che i suoi persecutori/capi potessero accontentarsi della uccisione di un animale.

Per giorni (e notti) poi N. ha ascoltato alla radio i messaggi cifrati dei suoi “comandanti”. Ogni canzone, ogni parola, andavano analizzate e decriptate per portare alla luce i messaggi da comprendere e gli ordini da rispettare. Per notti e giorni N. ha visto satelliti e luci sfavillanti ruotare sopra di noi. Altoparlanti altissimi gli ripetevano ordini. Finalmente anche la Tv gli ha comunicato qualcosa di spiacevole e lui, disperato, ha tirato una bottiglia nel video.

Poi si è deciso di trovargli un’altra struttura.

Non so perché oggi ho scritto queste righe. Forse per ricordare a tutti noi che la psichiatria, o meglio gli psichiatri, coi loro orientamenti spesso contrastanti, non sempre possono offrire risposte certe. L’aura scientifica della psichiatria nasce da una presunzione positivista tuttora viva. Ma anche i pedagogisti, gli educatori, gli psicologi devono fare un passo indietro, una collettiva professione di umiltà. Devono arrestarsi un pò, davanti a questo straordinario dolore. Contemplarlo, ascoltarlo, rispettarlo. Solo dopo un congruo silenzio potremo profferire qualche incerto suggerimento.

Ora forse so perché ho scritto queste righe. Per dire a N. che comunque compiango il suo dolore (e il mio) e alla fine gli voglio bene.  

 Paolo Teruzzi

 

 

 

 

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5 Risposte a “Sofferenza Psichica. Interrogativi”

  1. fernanda zanier Dice:

    Volevo salutarvi Giuseppe e mi sono trovata davanti al nuovo post, che ho letto all’inizio con curiosità ed alla fine con commozione. Contemplare con umiltà il dolore dell’altro, piuttosto che, con facilità biasimarlo. Potrà mai una persona che non ha mai provato la sofferenza mentale comprendere veramente cosa sia? Credo di no, se non osservando con profonda umiltà l’altro, quell’umiltà della quale parla Paolo. e che tu esplicitavi tempo addietro come rinuncia al proprio egocentrismo. f

  2. Arianna Dice:

    Mi associo anche io idealmente alla toccante ed esemplare riflessione di questo psichiatra. Che condivido da “utente”, essendo venuta in contatto con realta’ simili a quella che descrive, nello specifico un anziano ex manicomiale con un percorso da homeless post Basaglia, rientrato oggi nel giro istituzionale e ospite di una casa protetta (quando non periodicamente ricoverato in reparto con TSO). Per quanto posso comprendere da un punto di vista parzialmente profano ( soo per esperienza vdiretta di disagio e formazione da autodidatta nel campo) l’istituzionalizzazione di queste patologie puo’ senz’altro comportare rischi e nefaste conseguenze; non tanto e solo per la somministrazione forzata di farmaci, ma come ben osserva lo psichiatra che scrive, e’ questione di “spazi”, nel senso piu’ ampio e anche metaforico del termine. L’anziano uomo di cui vi parlo appare oggi ben integrato – o forse e’ il caso di dire “assuefatto” alla routine istituzionalizzata, in particolare per la garanzia di soddisfacimento dei suoi bisogni materiali e primari per conto di terzi, fondamentale per la sua stabilita’ e il mantenimento di un senso identitario. Ma e’ frequente in lui la narrazione nostalgica, forse un parziale rimpianto, della sua parentesi di liberta’ on the road >>>CONTINUA

  3. Arianna Dice:

    >>>(SEGUE) come se il suo piu’ autentico bagaglio di esperienze e tracce mnestiche (nonostante la confusione cronologica nei momenti di alterazione percettiva) risiedesse principalmente in quel percorso e in quella parte della sua esistenza. Ancora oggi, gran parte dei meccanismi relazionali e di adattamento e la sua globale visione del mondo sembrano fare riferimento a quelle esperienze, piu’ ancora che a quelle del periodo manicomiale (del quale parla di rado e con fatica) e della ormai lunga fase successiva da utente dei servizi. E nonostante la suddetta garanzia riguardo ai suoi bisogni materiali, mantiene inalterato un senso di autonomia pratica, dell’”arrangiarsi da se’” anche discostandosi (di nascosto e con astuzia)dalla prassi imposta in ambito istituzionale. Non so dire se il livello di disagio inteso come sintomi
    sia oggi maggiore che in passato, non avendolo conosciuto prima. Pero’ colpisce il modo in cui, di fronte ai suoi deliri o alle manifestazioni patologiche che vengono oggi ordinariamente e subitaneamente gestite dai medici col ricovero forzato, sembri assumere un atteggiamento non tanto critico, ma di benevola tolleranza. Come a dire: “so che adesso questa e’ la mia vita e in cambio di qualcosa che mi date dovete operare cosi, togliendomi qualcos’altro’”.

  4. fernanda zanier Dice:

    Un saluto ed invito a leggere il mio ultimo post sulla paura dell’abbandono del borderline.
    ciao Giuseppe.
    fz

  5. disagi Dice:

    @ per Arianna

    Grazie per la tua testimonianza. Ti siamo vicini. Scrivici ancora: leggeremo con cura quanto ci comunichi. Un caro abbraccio. Giuseppe

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