Casa di Cura e Seroquel 200 mg.
Questo è lo stato delle cose. Questo è il punto critico al quale siamo arrivati. Dopo lunghi percorsi e continui confronti, non abbiamo trovato altre strade ragionevoli. La ragione , per noi, è quella cosa che serve a trovare quella strada oltre la quale ci sono solo rischi e senza la quale non ci sono basi per un futuro.
Di fronte a una figlia che , pur di attirare su di sè la totale attenzione, la totale adesione, si butta in mezzo di una strada a alta circolazione, senza calcolare alcun rischio, la “nostra ragione deve ragionare” e trovare la strada per una cura completa, prima fra tutte quella che assicuri un qualunque futuro alla persona, perchè la vita è la vita e non ci sono circonlocuzioni intellettuali da fare su questo punto.
Una alternativa era il TSO, ma quale genitore può permettere di vedersi rinchiudere un proprio figlio in un reparto del genere? Per questo abbiamo lottato per un ricovero “volontario” in una Casa di Cura convenzionata per due cicli di 15 gg. alternati a una settimana di ritorno nella casa. Poi vedremo.
Abbiamo così dovuto prendere atto di come la gravità della situazione alla quale siamo giunti, fosse una entità di tale spessore da giustificare il fallimento di tutto il lavoro svolto fino a questo momento. Un lavoro duro svolto al fine di evitare a nostra figlia situazioni estreme quali il ricovero e l’uso degli antipsicotici come il Seroquel, del quale viene solo il vomito a leggerne gli effetti secondari che puntulamente si verificano. E sono solo quelli denunciati dalla Casa farmaceutica… ma quelli che ovviamente non lo sono ? Nessuno li conosce e tutti fanno finta che non esistano.
E’, a noi perlomeno, finalmente chiaro che il farmaco antispsicotico non è altro che il simbolo rappresentativo del vuoto assistenziale che in Italia tutt’ora sussiste e che, malgrado le denunce di interi comitati di genitori, di associazioni. ecc , viene regolarmente ignorato. Il disagio mentale, così come il paziente psichiatrico, è relegato nel cestino dei rifiuti sociali. ( Infatti anche Hitler mandò al gas migliaia di disabili mentali, in quanto inquinavano la pura razza ariana ).
La decisione è stato il frutto di un travaglio difficile per tutti noi e soprattutto per “Lei” che, forse in un attimo di lucidità, ha optato per il ricovero “violontario”. Forse è stata anche la forza del gruppo dei parenti e amici che può averla spinta a questo passo così arduo come è quello di essere relegati in una istituzione chiusa. Nessuno infatti ha obbiettato di fronte a questa inelluttabile decisione. L’autolesionismo spinto fino al punto di sfidare auto in corsa non poteva suscitare dubbi.Tutti abbiamo dovuto accettare, con profondo dolore, questa strada. Non ci potevano essere alternative.
Certo, se la Sanità pubblica offrisse strutture adeguate a questi casi (e simili), che non sono certo casi isolati perchè ogni giorno ne accadono a centinaia in tutto il territorio, il peso di queste decisioni non cadrebbe sulla famiglia e, soprattutto sul paziente, ma sarebbe naturalmente a carico dei professionisti che sono adibiti a questo incarico. Se ci fossero alternative al TSO, tipo strutture organizzate come, a esempio un Campus Universitario dove , in un ambiente aperto ma protetto, i pazienti fossero assistiti da intere equipes di medici, psicologi, educatori e volontari in attività 24 ore su 24 , garantendo in ogni momento una assistenza psicologica basata sull’ascolto e non sul farmaco, probabilmente i pazienti potrebbero ritrovare un filo con se stessi o perlomeno sentirsi rassicurati. Creare infatti un ambiente che, in qualche misura, possa anche lontanamente ricreare quel “ventre caldo e protettivo” che, come tutti ormai sanno, rimane il vero contenitore di riferimento per ogni essere umano in difficoltà ( e spesso non…), fornirebbe ai pazienti stessi, una gamma di possibilità molto vasta per una eventuale remissione del sintomo e un gradito ritorno a una variegata normalità.
Sono sogni o, come spesso qualcuno scrive, sono solo parole. Ci rendiamo conto. Ma la giustizia non esiste, questo è il punto. E’ evidente a chiunque che la nostra società è fondata sulla disuguaglianza e sulla prevaricazione sociale. I sentimenti, le emozioni, l’empatia, gli affetti dove sono? Nelle parole, appunto. perchè nei fatti scopriamo una voragine che dall’indifferenza porta al disprezzo. Come già ho scritto, il resto è silenzio.
Però rimane, in fondo al cuore,la Speranza.
Ottobre 8, 2008 alle 11:21 am |
Io sono una figlia di una donna malata, la sua malattia e’ stata definita sindrome borderline, vi sono molto vicina e comprendo l’immenso dolore che vivete.
Concordo in pieno quando parlate di VUOTO ASSISTENZIALE… sono ormai quasi vent’anni che spero che qualcuno si accorga di quanto stiamo male, di quanto soffriamo. Abbiamo passato diverse fasi con la mamma, dalla fase violenta e pericolosa in cui la paura di un gesto folle ci teneva svegli la notte, a quella in cui si riduceva come un vegetale a suon di farmaci e di tutto cio’ di cui poteva abusare.. nulla di tutto cio’ che e’ accaduto ha mai cambiato nulla nel tipo di assistenza che (non) riceviamo… … alla fine tocca sempre a noi, alle nostre poche forze sostenere la situazione.
A noi che siamo sfiniti, sfibrati.. un padre che ha votato la sua intera esistenza alla cura di una moglie malata, e due figlie che cercano di resistere e non crollare sotto il peso di un esistenza che nemmeno per noi puo’ essere normale.
Vi comprendo e desidero con questo commento mandarvi un pensiero d’affetto e di solidarieta’.
Ottobre 9, 2008 alle 8:54 am |
Cara Ila, quando riceviamo lettere come la tua , ci sentiamo assalire da una ondata di commozione che poi è vera solidarietà. Chissà quante altre famiglie potrebbero scrivere le stesse parole e invece seguitano a nascondersi nell’ombra di una vita sempre più incerta e difficile. Finchè non saremo tutti sempre più visibili resteremo sempre prigionieri del nostro sconforto e delle nostre inquietudini. Ma sembra che sia più facile stanare un lupo dalla sua tana che ricevere e condividere messaggi di famiglie come le nostre. Mistero della psiche umana. Un carissimo abbraccio alla vostra famiglia. Giuseppe
Ottobre 9, 2008 alle 6:17 pm |
Io so cosa significhi prendere il seroquel…sono arrivato a prenderne fino a 800 mg al giorno, e non solo quello.
Fortuna che il mio cuore non lo tollerava: collassavo.
Il mio intento però non è quello di farvi preoccupare, bensì di portare alla vs. conoscenza alcuni fatti che possono, magari, darvi conforto.
Fra qualche mese compirò 31 anni, mi è stato diagnosticato un disturbo borderline. Ho già tentato più di una volta il suicidio, andandoci anche vicino (sono stato in coma), da luglio ho sospeso tutti i farmaci, di mia sponte.
Da marzo ho ripreso a lavorare, non mi sono nascosto dietro ad un dito. I miei colleghi e superiori sanno del mio problema, io ne sono consapevole, loro, adesso, pure. Certo il problema è soprattutto mio e di vs. figlia, ma anche dei genitori. Mi piacerebbe poter scrivere a vostra figlia, scambiarci le nostre sensazioni. Tra di noi c’è più empatia (non me ne vogliate). Io sono passato da alcuni ricoveri volontari ed un TSO, quest’ultimo più per autolesionismo. Sì perchè sono andato io dai dottori a chiederlo, senza pressioni dall’esterno, ed adesso ho deciso di dire BASTA! Troppo facile è stato e lo è ancora per me farmi male, e non solo fisicamente. Adesso voglio, fortissimamente voglio, cambiare rotta. Provare a volermi bene, ma da solo non ce la posso fare, ho bisogno di persone che come me abbiano sperimentato gli stessi abissi di dolore e solitudine; perchè come diceva Padre Maria Turoldo: nessuno salva se stesso, ma tutti noi insieme possiamo salvarci.
Quello che dovete pensare è che non siete soli, è vero, per la maggior parte delle persone è come se non esistessimo, altri vorrebbero che non esistessimo, ma sapete che c’è: NOI CI SIAMO!
Adesso tocca a noi, lo stigma è forte da vincere, ma bisogna lottare, insieme (questo sito ne è la dimostrazione), anche perchè se noi ci togliessimo “dai piedi” il mondo andrebbe avanti lo stesso e nulla sarebbe cambiato. Vale la pena lottare perchè c’è una speranza, e per noi non è poca cosa non credete?
Pace e Bene di vero cuore.
Fraternamente, Fabrizio
Dicembre 12, 2008 alle 3:41 pm |
A volte non si parla perché manca la voce. E la speranza.
Certo non per nascondersi, dato che non c’è modo di farlo dopo diciannove anni di frequenza ai diversi servizi psichiatrici, con ricoveri volontari e tso e farmaci d’ogni tipo.
Che stanchezza! E’ più malato chi ha il certificato o chi deve provvedere alle sue esigenze?
Dicembre 13, 2008 alle 2:29 pm |
Ciao Anna, le tue parole cosi essenziali mi hanno fatto venire i brividi. Sai, personalmente penso che nessuno è malato, ma che è soprattutto l’anima umana a essere malata: che facciamo per lei? Le diamo la giusta importanza? La coltiviamo veramente nelle sue profondità? Occorre il tempo per questa opera, ma è proprio del tempo che questa società ci deruba ogni giorno. E noi ci facciamo derubare anche se sarebbe molto difficile fare il contrario. Allora re-inventiamo un tempo che dia alle nostre persone lo spazio necessario a ritrovarci sia all’interno della nostra anima sia in una dimensione comunitaria e perciò spirituale. ( è questa una delle motivazioni che ci hanno spinto a aprire questo Blog). Un carissimo abbraccio, Giuseppe
Dicembre 13, 2008 alle 10:12 pm |
coraggio …..lo dico a voi e lo ripeto a me..anche se questa sera sono stanca stanca sfinita…ho un fratello borderline malato da30 anni e due genitori anziani sottoposti alla continua altalena di emozioni purtroppo negative che ti offre il border.abbiamo provato di tutto e stato tante volte ricoverato…ieri e stato dimesso dopo 3 mesi sembrava andasse bene ed oggi l’inferno…….io sono un medico di base e quindi figuratevi quali porte non ho bussato con quali colleghi non ho parlato ma pare tutto inutile.io che sono brava a curare gli altri ed a rasserenare i miei pazienti come sorella mi sento a pezzi.eppure credo che dobbiamo lottare uniti…il fatto di poterci sorreggere vicendevolmente e importante……un caro e solidale abbraccio .paola
Dicembre 19, 2008 alle 9:52 pm |
Credo che tutti noi abbiamo provato di tutto per alleviare le sofferenze ai nostri cari, ma è soprattutto inutile , quando non accettano nessun tipo di aiuto perchè non si riconoscono come malati.
Ritengo che ciò è una doppia sofferenza e sconfitta!!!
Stella
Dicembre 20, 2008 alle 12:32 am |
Sono la figlia di un uomo che soffre di allucinazioni e manie di persecuzione, con gravi episodi di violenza fisica su mia madre alle spalle. Dopo una recente emorragia celebrale gli episodi di allucinazioni sono aumentati ed è arrivato ad alzare le mani anche su di me.
Ho fatto presente l’episodio al medico, anche, dopo che un’infermiera mi ha detto che già qualche giorno prima erano successi episodi poco normali. Come cura gli è stato prescritto il seroquel, con cui veniva curato in ospedale, ma che era stato sospeso quando è entrato in clinica di riabilitazione. E’ stato segnalato ai servizi sociali, che hanno richiesto una visita psichiatrica, a quanto pare per il medico tutto quello che stava succedendo non richiedeva l’intervento di uno psichiatra. Fatto sta che oggi mio padre sempre più convinto che gli infermieri tramassero alle sue spalle ha firmato per uscire. Alla mia richiesta di tenerlo ancora ricoverato fino alla visita dello psichiatra mi è stato detto che quella non è una prigione e che se volevo aiuto l’unico modo per averlo è quello di sporgere denuncia appena lui fa qualcosa di male. Non ottengo aiuto dai medici, non ottengo aiuto dagli assistenti sociali, non abbiamo ottenuto un vero aiuto quando è stato in cura presso l’ufficio di igene mentale, allora chi è che mi deve aiutare? Devo per forza finire in un ospedale o in un cimitero per ottenere che qualcuno faccia il suo dovere?
Dicembre 23, 2008 alle 8:55 pm |
Sì Francesca, purtroppo la legge è questa, devono succedere “cose grosse” per intervenire.Questa risposta mi è stata data tante volte e non si riesce ad accettarla. Cerchiamo perciò di far sentire la nostra voce!