Memoriale 2008
Ho 35 anni e da circa 25 sono affetta da un disturbo psichiatrico cronico e non trattabile (Disturbo ossessivo compulsivo).
Tale disturbo comporta di per sé la coazione a lunghissimi rituali di pulizia e lavaggio con i quali ormai convivo da anni e pur avendo pesantemente influenzato la mia vita pratica e di relazione mi permette comunque di vivere da sola da alcuni anni e non ha mai costituito fonte di pericolo o preoccupazione per me o altri.
Nel 2004 per una lunga e complessa situazione che non sto a dettagliare ma fondamentalmente di vessazioni e intimidazioni subite da parte di una famiglia di condomini del palazzo in cui vivo e scaturita unicamente dal loro pregiudizio e dalla loro intolleranza nei confronti della mia persona – che per mia stessa ammissione sapevano sofferente di una patologia mentale – mi sono trovata a perdere il mio equilibrio ma soprattutto in situazioni esistenziali totalmente compromesse, tali da indurmi a minacciare un gesto anticonservativo nel giugno 2005.
Ho subito allora un TSO perfettamente giustificato e legittimo, ma questo e’ stata per me (che mai avevo dovuto subito ricoveri, mai tentato il suicidio in tanti di malattia) l’inizio di una spirale allucinante di soprusi, violenze psicologiche e ricatti da parte dei medici curanti (parte al Centro Salute Mentale cui mi ero rivolta ed ero seguita da qualche tempo poi e da quel momento in reparto).
Per riassumere ho subito da allora tre TSO successivi, di cui uno di 30 giorni, senza che vi fossero i requisiti legali prescritti dalla legge 180 e con evidenti vizi anche formali nell’ultimo.
Questo perché la drammatica situazione che vivevo e che raccontai sin dal primo ricovero e che da un anno non riuscivo a denunciare alle autorità causa la perdita di credibilità dovuta alla mia condizione patologica certificata,non e’ stata mai minimamente creduta ne’ appurata, bensì da subito e definitivamente bollata come sintomo di un disturbo paranoide del pensiero, in comorbilità con il mio disturbo ossessivo (per lunghi anni diagnosticato invariabilmente e trattata da professionisti privati.) E inoltre, avendo io stessa insistentemente sollecitato i medici a tentare un colloquio di mediazione con i miei vicini di casa, ho ottenuto il risultato di subire un TSO con la sola motivazione di essere stata “troppo insistente e fastidiosa” nel telefonare al CSM per spiegare tale esigenza, preoccupata per il mio equilibri psicofisico e il reale rischio per la mia incolumità che da un anno correvo nel mio appartamento.
Poi il colloquio di mediazione in effetti ci fu, io non venni ammessa ad esso per volere del Primario; per qualche tempo i vicini cambiarono atteggiamento, ma dopo 6 mesi tutto ricominciò e questa volta i vicini cominciarono a recarsi da quel Primario adducendo come da sempre pretesti calunniosi e irreali per paventare una presunta mia pericolosità sociale e farmi rinchiudere temporaneamente in reparto.
Questo nell’aprile 2006, quando venni attirata con un pretesto in reparto e pur avendo constatato tutti, Primario compreso, le mie buone condizioni in quel frangente, il Primario richiese con false dichiarazioni un TSO immediato, chiudendo semplicemente le porte. E tra lo sbigottimento e l’impotenza di tutto il personale infermieristico e dei pazienti, che mi espressero solidarietà e cercarono di trovare delle soluzioni per tutelarmi se non liberarmi.
Infine dopo le dimissioni i vicini di casa mi aggredirono fisicamente con minaccia di morte, ma prima che potessi denunciarli chiamarono il Servizio Psichiatrico Urgente e i carabinieri sostenendo che io ero l’autrice dell’aggressione.
Il medico del Servizio Psichiatrico dopo aver a lungo parlato con me non ritenne di dover prendere provvedimenti sanitari, ma consigliò ai miei familiari di starmi vicino e cercare di risolvere la situazione con i vicini.
Ma 3 giorni dopo, ancora sotto shock, vidi la mia psichiatra del CSM presentarsi senza preavviso al mio domicilio per eseguire un TSO,senza sapere lei stessa motivarlo a me o ai miei familiari, se non con il fatto che aveva ricevuto un ordine dal solito Primario del reparto.
Peraltro la Dottoressa rientrava quella mattina in servizio dopo un periodo di ferie e non era quindi al corrente – così io pensavo – ne’ di quanto mi era accaduto, tanto meno delle mie reali condizioni in quei giorni, poiché non vi era stato alcun contatto tra me e lei o con il CSM da parecchi giorni.
Eppure si presentò con una richiesta di TSO già firmata, riportante una condizione psichiatrica del tutto falsa atta a legittimare l’intervento. E il rifiuto di accettare le terapie, sebbene in quel frangente nessuno mi propose alcun farmaco o colloquio terapeutico, nemmeno se ne parlò e ve ne fu il tempo.
Mio padre, medico internista, era presente e testimone di tutti i fatti, ma non ha saputo opporsi o tentare di reagire per il forte shock.
Quando poi giunsi in ospedale e chiesi spiegazioni, il Primario in termini denigratori e accusatori mi disse che la mia vicina di casa si era recata da lui per descrivere l’aggressione (nei termini invertiti) e aveva chiesto di prendere un provvedimento restrittivo. Io non avevo testimoni al momento dell’aggressione, ma di nuovo spiegai come erano andate le cose, peraltro sconvolta dal fatto che avessero da 2 anni ignorato le mie richieste di tutela fino al rischio verificatosi di perdere la vita per mano di queste persone. Il Primario, sempre con un atteggiamento di palese sostegno, giustificazione e solidarietà con i miei vicini, ribattè in quell’occasione che “se mi avessero effettivamente uccisa avrebbero fatto bene, lui sarebbe stato contento”.
Questa fu solo una delle tante esternazioni pesanti e spesso illogiche (di fronte al personale che ne prese atto) che subii da lui durante tutti i ricoveri eccetto il primo. La sua condotta da un punto di vista umano e deontologico fu così marcatamente scorretta da creare imbarazzo al personale e alla fine, per fortuna, indusse un medico del suo staff a prendere posizione e esautoralo dallo seguire in specifico il mio caso, che venne passato al collega (“Ci siamo resi conto che c’e’ un problema con il Dott.X, temiamo che questo possa compromettere il suo equilibrio”)
Inutile dire che nell’eventualità’ di un procedimento legale a parte mio padre e un infermiere non più n servizio in quel reparto e distante anche geograficamente, nessuno di queste persone informate dei fatti sarà disposta a parlare; sono piuttosto certa riguardo agli infermieri, che me l’ hanno già in parte comunicato, esprimendo anche timore nell’essere coinvolti (anche se lo saranno d’ufficio, come presumo).
Durante i ricoveri ovviamente ho dovuto sottostare a una terapia diversa come dosaggi dalla mia abituale e soprattutto mi venne prescritto un neurolettico indicato per le patologie deliranti a dosaggi altissimi e per via intramuscolare a rilascio lento (depot). Questo creava effetti collaterali fisici molto penosi ed evidenti.
Ma dopo le dimissioni dovevo ogni 15 giorni presentarmi al CSM per ricevere l’iniezione e una volta che credetti di poter contrattare con i medici almeno una somministrazione per via orale, meno dannosa, fui letteralmente sequestrata all’interno del CSM, presa con la forza e sottoposta all’iniezione, mentre un medico sbarrava le porte.e mi parlava in toni derisori, come a un bambino. Io peraltro sapevo da tutte le esperienze precedenti che era del tutto inutile chiamare le forze dell’ordine, acriticamente esecutrici di qualsiasi decisione, legale o non, dei servizi sanitari pubblici.
All’atto delle dimissioni dall’ultimo ricovero nuovamente il Primario volle prescrivere quella terapia rivelatasi dannosa oltre che non efficace per il mio disturbo e lo fece contro il parere di mio padre medico e della collega psichiatra del CSM che erano presenti. Alle richieste di spiegazione di mio padre, soprattutto sull’effettiva utilità e meccanismo scientifico del farmaco suddetto, il Primario dimostrò con risposte vaghe di non conoscerne neppure l’emivita. Eppure ribadì che l’unica condizione a cui potevo essere dimessa era di nuovo questa terapia ogni 15 giorni, perché ” Bisogna fare braccio di ferro con la paziente e qui decido io”.
Però se non altro dopo quelle dimissioni il farmaco creò effetti più gravi, tali da portarmi a rischiare lo scompenso cardiaco; così mio padre prese finalmente coraggio e informalmente diffidò tanto il CSM quanto il reparto dal continuare ad occuparsi del mio caso, pena il ricorso a vie legali.
Immediatamente tutte le interferenze nella mia vita, i controlli che subivo da parte del CSM al mio domicilio (preciso che dal punto di vista legale non ho mai infranto alcuna legge e sono incensurata) e soprattutto le violazioni di domicilio ingiustificate (ogni volta che i vicini chiamavano il SUP) cessarono e io ritornai ad essere un cittadino in possesso dei suoi diritti, soprattutto quelli costituzionali e della persona.
Purtroppo il danno che ho riportato sul piano biologico, ma ancor più morale ed esistenziale e’ immane. A tutt’oggi persistono i sintomi di un Disturbo da stress post traumatico non risolto del tutto (incubi, terrori, ansia continua, crisi di panico e depressione). Per dare l’idea del progressivo deteriorarsi delle mie condizioni di vita posso dire, con vergogna, che non sono in grado di lavare il mio corpo dal 2005 a causa delle coercizioni subite qui in casa e in ospedale verso la mia abitudine al lavaggio compulsivo, che mi hanno prodotto idrofobia e altre fobie (soprattutto essere invasa in casa da ulteriori interventi) e comportano chiaramente un’invalidazione assai più grave di quella già grave che vivevo dopo anni di cronicità.
Gli effetti si sono ripercossi a macchia d’olio sui miei familiari, ormai anziani, sui loro ritmi di vita alterati dall’esigenza costante di farsi carico non solo delle mie esigenze materiali ma della mia tutela, legale e fisica. E per questo sono sorte incomprensioni e problemi nell’ambito allargato delle loro famiglie d’origine.
Peraltro i vicini (sentendosi legittimati dai medici e probabilmente sapendo che sarei stata da loro intimidita con lo stesso TSO a non sporgere denuncia, cosa che in effetti non sono poi riuscita a fare) mi hanno poi querelata con la falsa accusa dell’aggressione, anche se ora dopo il loro trasloco hanno rimesso la querela. E l’onere economico per la mia difesa legale è andato ovviamente a carico della famiglia, giacché sono da sempre inabile al lavoro.
Aggiungo che alla mia richiesta delle cartelle cliniche effettuata alcuni mesi fa,quella dell’ultimo e più visibilmente illegale ricovero , è stata dal Primario dichiarata smarrita (all’interno del reparto: secondo l’archivio non e’ mai giunta a distanza di due anni nella preposta sede di archiviazione!).Egli ha sposto regolare denuncia di smarrimento e la Direzione Sanitaria dell’Ospedale mi ha dato notizia ufficiale per iscritto.
Senza contare che solo alla consegna delle altre cartelle relative ai TSO precedenti ebbi modo di scoprire la diagnosi che egli aveva formulato…a quanto pare anche all’insaputa della mia psichiatra curante al CSM che si dichiara tuttora discorde. Del resto gli estenuanti accertamenti che ho poi eseguito privatamente a me spese ripetutamente disconfermano tale diagnosi, rilevando sempre solo il mio Disturbo ossessivo compulsivo (purtroppo con sintomatologia aggravata dalle “cure” subite!)
Oggi, a distanza di 2 anni, essendo effettivamente cessata anche la minaccia dei vicini, recentemente trasferitisi altrove, io sento il bisogno di informare le autorità di quanto accaduto; e non solo quale riconoscimento a me stessa, veramente terapeutico,della reintegrazione del mio diritto civile ma perché oggi lo considero un dovere morale, nonostante l’irrimediabilità del danno subito, nei confronti di altri pazienti presenti e futuri. E non soltanto ovviamente di quel reparto nello specifico.
Eppure il muro di omertà (anche da parte del personale allora in servizio), i giochi di potere politici che sottendono alle cariche sanitarie, la difficoltà e la fatica di sottopormi a innumerevoli perizie, il fatto che nessuno psichiatra oggi è veramente disposto a pronunciarsi, ben sapendo che questo andrebbe a mettere a rischio la credibilita’ di un collega, mi svuotano ogni giorno di più di fiducia e speranza e perpetuano il dolore e la difficolta’ di convivere ogni giorno con i danni subiti.
Arianna
Benchè la nostra situazione continui a non essere fluida, benchè ci fossimo ripromessi di fare una pausa per il periodo estivo , non abbiamo potuto esitare un attimo a pubblicare questa nuova testimonianza, della quale non osiamo fare alcun commento, tale è la sua pregnanza.