La nostra esperienza

Gennaio 26, 2009

 

Sì, la nostra esperienza con questo Blog sta per finire. Abbiamo passato un anno e mezzo esprimendo le nostre angoscie, manifestando il nostro dolore e siamo stati accolti da tanti di voi con grande umanità.

Abbiamo così condiviso quei sentimenti che generalmenti rimagono nascosti fra le pieghe del tempo  quotidiano ed è stata una esperienza unica e indivisibile. Molti di voi ci hanno scritto e risposto riportando i loro disagi, le loro ansie e paure. Ma, secondo noi, questa esperienza non può essere percorsa per sempre. Anche questa esperienza deve avere un principio e una fine, come la nostra vita che è la madre di tutte le esperienze.

Siamo stati insieme tanto tempo e con alcuni di voi ci siamo “amati” come solo la sofferenza dà la possibilità di amare. Solo chi soffre conosce i meandri luminosi e oscuri dello Spirito e solo chi soffre è portatore di una energia amorosa, profonda e qualche volta abissale, che le persone “normali” non possono nemmeno immaginare. E questo è il grande regalo che i nostri ragazzi ci fanno in ogni momento della nostra vita: con il loro disagio ci danno una via, una strada da percorrerre: quella della comprensione , dell’amore e della dedizione totale. La dedizione, appunto.  Il sentimento, forse più difficile e più sconosciuto  in questa società edonistica e individualistica, restia alla “cura” dell’altro, concentrata, come è, nel consumo aleatorio e immediato di tutti i beni materiali e immateriali di cui l’uomo dispone:  dalle scarpe all’amore.

Di questa esperienza ne facciamo e ne faremo tesoro. Vogliamo ricordare ancora una volta che fra le tante informazioni ricevute, ne sottolineamo  una , secondo noi, preziosa. Indicataci da Ioannidis, è l’indirizzo della Dott. ssa Gabriella Lesmo con il suo Centro per il trattamento delle Disabilità Evolutive, che tratta le personalità autistiche e/o con disturbi evolutivi. Anche noi ci siamo rivolti a questo Centro e inizieremo un trattamento medico alternativo agli psicofarmaci nel giro di qualche mese. ( cell:  339 162.60.04 —- e.mail: gabriella.lesmo@autismoweb.it )

“Lei” non ha potuto leggere il Blog e seguirlo e magari farlo suo. Non è ancora in grado di fare uno sforzo emotivo così grande. Ma siamo sicuri che, atttraverso di noi, avrà sicuramente recepito quanto di positivo è stato detto e scritto, quanto la sua solitudine e la sua frustrazione è simile a quella di tanti altri ragazzi di questa generazione senz’altro sfortunata come quelle dei milioni di giovani le cui vite sono state  ( e sono) bruciate da guerre e calamità. “Lei” molto probabilmente, se ” il diavolo non ci mette la coda”!, andrà il prossimo mese in una “residenza protetta” dell’ASL dove finalmente, si è liberato un posto. ( In tutto sono dodici!, …) . Per noi sarebbe un primo traguardo che premierebbe la lotta quotidiana che abbiamo fatto per assicurare a nostra figlia una sistemazione almeno “dignitosa”. Questo non significa di aver risolto il problema, ne siamo consci, ma perlomeno significa che abbiamo gettato le basi per costruire la Casa della Guarigione, meta finale alla quale tendiamo con tutte le nostre risorse fisiche e intellettuali.

Grazie, dunque, ancora una volta a tutti, non citiamo nessuno proprio per rimanere nello spirito di un Blog come il nostro: oltre l’individualità, per condividere sofferenze e “disagi” con altri esseri umani  vicini a noi in un ideale abbraccio.

 


Una Poesia da Mamma Valli’

Gennaio 9, 2009

Chissà quante poesie giacciono nel fondo dei cassetti o nell’intimo di tante anime in pena per la salute di un  figlio…  questa che ci è giunta alcuni giorni fa, la pubblichiamo con la nostra più grande partecipazione…

COME SI FA
Ti sei insinuata un giorno,
piccolo seme invisibile,
nelle pieghe
più nascoste di me
e da subito hai messo radici profonde.
Poi, fiore delicato,

sei sbocciata alla vita,
hai dischiuso i tuoi petali sottili
guardando con
occhi ardenti
il cielo immensamente lontano.
Ma il sole non ti scalda
e la
pioggia non spegne la tua sete bruciante.
Lo stelo sottile, senza linfa,
è
preda indifesa di ogni soffio di vento.
Mani avide ti accarezzano,
sporcano il
candore della tua corolla,
rubano il tuo profumo,
annientano la tua voglia di
crescere.
E il cielo è sempre più lontano,
il sole è fuoco che brucia,
la
pioggia acqua stagnante
che non purifica, non lava le ferite.
Ci sono ancora le
radici,
sono intrecciate ad ogni mio respiro
e con quelle cerco disperatamente

di tenerti ferma, di non farti cadere.
Sono sempre più sottili,
scivolano via
veloci
e io non so trattenerle.
Il prossimo soffio di vento
potrebbe portarti
via,
rubandomi la gioia di vederti sorridere alla vita,
fiera, eretta sul tuo
stelo robusto.
MA COME SI FA A FERMARE IL VENTO?

Le vostre parole, la vostra
sofferenza, le speranze, la voglia di non arrendersi nonostante tutto e tutti
le capisco, perchè sono anche le mie. Vi abbraccio e auguro a voi e a Lei, che
sento un po’ anche mia, un 2009 che porti almeno qualche piccolo passo in
avanti
mamma Vallì


Sono la mamma che scrive.

Settembre 7, 2008

 

“ Sono la mamma che scrive. E’ tanto tempo che non scrivo, perché sono esausta. ma leggendo ultimamente il nostro Blog, nato per spezzere l’isolamento sociale nel quale viviamo, mi è venuta voglia di scrivere a tutti voi per lanciare   un appello.

La nostra situazione è così grave che nessun scritto, nessuna parola, nessun grido, la possono descrivere. Abbiamo solo bisogno di tenerezza, condivisione, vicinanza emotiva, momenti di puro affetto. Adesso tutto il resto non ci aiuta, evitate, vi prego, a me e mio marito che ci battiamo  tutto il giorno per nostra figlia, ogni tipo di polemica. Le tante “madri coraggio “che ci seguono con affetto, parlo di Luna, di Michela , di Anita, soprattutto, sono per me, donna, un bene prezioso che Dio mi ha mandato. La loro sintonia è veramente profonda e sento la loro sofferenze uguale alla mia, la loro vicinanza in tutto questo dolore che ci devasta l’anima.

La nostra vita è ridotta all’essenziale. Non abbiamo nessun desiderio, nessun bisogno che non sia quello di vedere nostra figlia affrontare la vita con un minimo di realtà e responsabilità. Tutto qui. Quando ci assale dicendo che lei è padrona della sua vita, che il mondo non le fa paura, e che vuole stare solo fuori di casa anche senza avere alcun mezzo di sussistenza, alcuna reale capacità lavorativa, alcun reale progetto, perchè l’importante è essere libera ( sic), ecco che una profonda angoscia ci assale: quanto pagheremo questa sua ansia di pseudo-libertà? Sappiamo ormai tutti, che siamo grandi, che la libertà ferina non è dell’umanità e che il vero obbiettivo è essere autonomi. Ma riusciremo a avere tempo per insegnarlo a nostra figlia?

Grazie se risponderete al mio appello e scusate  se il mio scritto non risulterà abbastanza chiaro. Scusate, davvero,  ma adesso non so fare di meglio.”

 

 


Perchè solo noi ? (2)

Agosto 29, 2008

 

Quando oggi alle 14 è squillato il telefono, un presentimento. E’ il Pronto Soccorso.”Vostra figlia si è svenuta per la strada,  è quì ricoverata per accertamenti, è meglio che qualcuno della famiglia venga” E qualcuno della famiglia è andato. Dove? Forse all’inferno. Sì, un luogo dove finalmente non ci sono ambiguità. Là si va per soffrire. Lo sai prima. Non ci sono altre possibilità. Altro che musica celeste. Solo lamenti, pianti, sangue, passi strascicati, lenzuoli ammassati di sudore, occhi stravolti, increduli. Occhi bisognosi di tutto, occhi di paura. Tanta paura depositata nel cuore e sulla pelle, paura dell’attimo che deve venire, paura della catastrofe che è stata annunciata, paura di ogni ombra che si muove, paura di ogni sussulto che stride. La paura come compagna che ti carezza la mano o ti muove le dita nervose. La paura che ti porta nel bagno intasato da ogni porcheria, la paura che ti mozza il respiro e ti fa ansimare come una locomotiva a vapore. Voci, bisbigli, voci perentorie, voci saccenti, voci velate, voci frettolose, voci che nascono dal nulla e nel nulla si ri-perdono. Cigolii di porte socchiuse, stridore dei ferri dei letti, passi che scandiscono un tempo passato.

“Sì, può andare, forse è stato un attacco di panico. Si rivolga alla psichiatra, Arrivederci!”

E’ profondamene vero sono anni che ci “ri-vediamo”, sono anni che “ri-petiamo” le stesse parole e sentiamo lo stesso fraseggio. E sono anche tanti anni che nel cuore spero, caro Dottore, di non ” ri-vederti”.Ma l’addio è ancora lontano e ci ri-vedremo ancora e ancora e ancora. Oggi non sappiamo più cosa fare. Abbiamo ri-visitato l’inferno e dopo che cosa ci resta da visitare? Il limbo non esiste più, è stato declassato. Il purgatorio è roba da beghine di chiesa, il Paradiso? Ma quello è solo per gli eletti! E per noi allora cosa rimane da visitare? Chi grida il proprio destino, dove può andare? Se qualcuno lo sa, vi preghiamo, informateci. Staccheremo subito il biglietto. Naturalmente di terza classe. Allora non saremo soli. In terza classe si viaggi in tanti, compenetrati nel sudore e nella sofferenza di ciascuno. Finalmente mia moglie smetterà di gridare. Non più solo noi. Adesso ho capito: basta andare in terza classe.Grazie.


Perchè solo noi?

Agosto 28, 2008

 

E’ il grido disperato che mia moglie ha urlato e sofferto come un travaglio  difficile per tutta la giornata . Non ricordo quando è stato. Giorni fa, sicuramente. Alcuni istanti fa, forse. E’ passato del tempo,sicuramente. Ma il grido penetra ancora le mie orecchie. E arriva come una gigantesca trivella nel fondo del cuore. Che dà segnali di sbandamento. E’ come una barca sballottata dalla furia del vento. S’innalza, si inabissa, si raddrizza, forse si rovescia, chissà. Il porto? Lontano. Gli aiuti? In vacanza. Lo sguardo è verso il cielo, mentre il grido rieccheggia fra i sibili del vento. Chi ascolta? Nessuno. E seguita a torcere il suo corpo in uno spasmo di dolore. perchè solo noi? Qualcuno sa rispondere? E Tu, Dio mio, perchè taci da così lungo tempo?

Quali dannati errori abbiamo fatto da meritare una simile punizione? Ci guardiamo d’intorno: vediamo genitori di ogni ceto sociale e di ogni tipo di educazione. ma i loro figli saltano e corrono. Vanno a scuola, danno la mano ai genitori, certo piangono e fanno capricci, certo i più grandi danno molti problemi, ma poi tutto si scioglie e si stempera. E i ragazzi ritornano all’ovile, e dormono rassicurati fra le loro lenzuola. Perchè a noi no?  Perchè “Lei” deve andarsene in qualunque momento, raccontandoti che sarebbe andata al lavoro e non la vedi più tornare? Perchè ti fa sapere dopo tre o quattro giorni che è la convivente di un ragazzo che ha appena conosciuto e che vive in una baracca alla periferia della città? Perchè si  ostina a rimanerci anche quando “Lui” le dice che è stufo della sua presenza e vuola che se ne vada? perchè aspetta che “Lui” la umili e la sbatta fuori di casa chiamando i Carabinieri? E poi l’ambulanza? E perchè veniamo a sapere tutto questo da una infermiera del Pronto Soccorso che ci chiama a riprendere questa ragazza “agitata e sperduta”? E perchè la psichiatra di turno ci dice che non può fare nulla, se non dimetterla dopo averle somministrato un buon calmante? Perchè ci dobbiamo ritrovare “solo noi” in mezzo di strada con una figlia che non vuole tornare a casa ma che tutti scacciano dalle loro tane? E questo è successo per ben due volte! Sì perchè “Lei” due giorni dopo il primo episodio ha pensato bene di ritornare a casa di “Lui” per minacciarlo e offenderlo…Così anche la seconda volta la psichiatra ci ha detto che non poteva fare nulla: “ormai la ragazza si è calmata…riportatela a casa!”

Sì, è vero, è la morte della coscienza che provoca questo enorme dolore. E’ la coscienza di tutti che è morta. Nostra figlia ne è la punta dell’iceberg più evidente e più esposta. Non è evidentemente cosciente di quello che dice e di quello che cerca. Non ha coscienza della propria dignità di Donna, non ha coscienza del suo essere un fragile essere umano, non ha coscienza di essere figlia e paziente. E’ vero tutto questo. Ma domandiamo: “Lui”, persona socialmente normale,  che si prende in casa una ragazza e dopo averla usata una settimana la scaccia di casa? E’ una persona cosciente? Dubitiamo! I Carabinieri che ci chiamano per dirci che la ragazza ha un “problemino” e l’affidano a un ambulanza? Dubitiamo! E la psichiatra che  somministra a nostra figlia un calmante e poi la dimette come se fosse nel pieno delle sue facoltà mentali? Dubitiamo!

E’ in questo vuoto che il grido di mia moglie ha un profondo senso esistenziale. Tanti drammi veri o presunti sembrano sempre trovare delle risposte. Perchè “solo a noi” nessuno dà una risposta? Perchè “solo noi” ci dobbiamo trovare di fronte a operatori sociali che ti rimandano il problema, come se loro fossero addetti a tutto un altro genere di lavoro? Sembra che tutta la società sia costruita su misura solo quando la tragedia è scoppiata. Certo è di fronte al suicidio che tutti si muovono e le Chiese sono piene di gente commossa. Ma prima? Chi si assume una pur piccola responsabilità “prima” che l’abisso si spalanchi?

Senza dubbio, il grido di dolore di mia moglie ci ha salvato! Sì, proprio così! La morte della coscienza che il dolore degli avvenimenti aveva provocato,  stava annientando ogni barlume, ogni piccola scintilla di luce e le tenebre stavano obnulando ogni nostro sentire. Quando il dolore ti prende come una stretta morsa alla gola e il petto non riesce più a aprirsi e il respiro diviene un movimento raro, il corpo si congela piano piano e divieni come un piccolo robot sperduto nei ghiacci. Ma quel terribile grido che ancora risuona nei venti della terra, ci ha dato una scossa tremenda, ci ha penetrato fin nel profondo di ogni cellula, richiamandola al suo lavoro, ha scosso come un elettroshock il respiro e il cervello, ci ha riportato a una realtà che stavamo lasciando con il sorriso beffardo della morte.

 “Perchè solo noi?” non lo sapremo mai. Forse il senso , sì. ” Il mio lutto per la morte della mia coscienza è il dolore  di tutta la nostra  povera comunità umana. “(Ada Merini)


La storia di Arianna

Agosto 5, 2008

 

Memoriale 2008 

Ho 35 anni e da circa 25 sono affetta da un disturbo psichiatrico cronico e non trattabile (Disturbo ossessivo compulsivo).

Tale disturbo comporta di per sé la coazione a lunghissimi rituali di pulizia e lavaggio con i quali ormai convivo da anni e pur avendo pesantemente influenzato la mia vita pratica e di relazione mi permette comunque di vivere da sola da alcuni anni e non ha mai costituito fonte di pericolo o preoccupazione per me o altri.

Nel 2004 per una lunga e complessa situazione che non sto a dettagliare  ma fondamentalmente di vessazioni e intimidazioni subite da parte di una famiglia di condomini del palazzo in cui vivo e scaturita unicamente dal loro pregiudizio e dalla loro intolleranza nei confronti della mia persona – che per mia stessa ammissione sapevano sofferente di una patologia mentale – mi sono trovata a perdere il mio equilibrio ma soprattutto in situazioni esistenziali totalmente compromesse, tali da indurmi a minacciare un gesto anticonservativo nel giugno 2005.

 
Ho subito allora un TSO perfettamente giustificato e legittimo, ma questo e’ stata per me (che mai avevo dovuto subito ricoveri, mai tentato il suicidio in tanti di malattia) l’inizio di una spirale allucinante di soprusi, violenze psicologiche e ricatti da parte dei medici curanti (parte al Centro Salute Mentale cui mi ero rivolta ed ero seguita da qualche tempo poi e da quel momento in reparto). 
Per riassumere ho subito da allora tre TSO successivi, di cui uno di 30 giorni, senza che vi fossero i requisiti legali prescritti dalla legge 180 e con evidenti vizi anche formali nell’ultimo. 
Questo perché la drammatica situazione che vivevo e che raccontai sin dal primo ricovero e che da un anno non riuscivo a denunciare alle autorità causa la perdita di credibilità dovuta alla mia condizione patologica certificata,non e’ stata mai minimamente creduta ne’ appurata, bensì da subito e definitivamente bollata come sintomo di un disturbo paranoide del pensiero, in comorbilità con il mio disturbo ossessivo (per lunghi anni diagnosticato invariabilmente e trattata da professionisti privati.) E inoltre, avendo io stessa insistentemente sollecitato i medici a tentare un colloquio di mediazione con i miei vicini di casa, ho ottenuto il risultato di subire un TSO con la sola motivazione di essere stata “troppo insistente e fastidiosa” nel telefonare al CSM per spiegare tale esigenza, preoccupata per il mio equilibri psicofisico e il reale rischio per la mia incolumità che da un anno correvo nel mio appartamento. 
Poi il colloquio di mediazione in effetti ci fu, io non venni ammessa ad esso per volere del Primario; per qualche tempo i vicini cambiarono atteggiamento, ma dopo 6 mesi tutto ricominciò e questa volta i vicini cominciarono a recarsi da quel Primario adducendo come da sempre pretesti calunniosi e irreali per paventare una presunta mia pericolosità sociale e farmi rinchiudere temporaneamente in reparto.

Questo nell’aprile 2006, quando venni attirata con un pretesto in reparto e pur avendo constatato tutti, Primario compreso, le mie buone condizioni in quel frangente, il Primario richiese con false dichiarazioni un TSO immediato, chiudendo semplicemente le porte. E tra lo sbigottimento e l’impotenza di tutto il personale infermieristico e dei pazienti, che mi espressero solidarietà e cercarono di trovare delle soluzioni per tutelarmi se non liberarmi. 
Infine dopo le dimissioni i vicini di casa mi aggredirono fisicamente con minaccia di morte, ma prima che potessi denunciarli chiamarono il Servizio Psichiatrico Urgente e i carabinieri sostenendo che io ero l’autrice dell’aggressione. 
Il medico del Servizio Psichiatrico dopo aver a lungo parlato con me non ritenne di dover prendere provvedimenti sanitari, ma consigliò ai miei familiari di starmi vicino e cercare di risolvere la situazione con i vicini. 
Ma 3 giorni dopo, ancora sotto shock, vidi la mia psichiatra del CSM presentarsi senza preavviso al mio domicilio per eseguire un TSO,senza sapere lei stessa motivarlo a me o ai miei familiari, se non con il fatto che aveva ricevuto un ordine dal solito Primario del reparto. 
Peraltro la Dottoressa rientrava quella mattina in servizio dopo un periodo di ferie e non era quindi al corrente – così io pensavo – ne’ di quanto mi era accaduto,  tanto meno delle mie reali condizioni in quei giorni, poiché non vi era stato alcun contatto tra me e lei o con il CSM da parecchi giorni. 
Eppure si presentò con una richiesta di TSO già firmata, riportante una condizione psichiatrica del tutto falsa atta a legittimare l’intervento. E il rifiuto di accettare le terapie, sebbene in quel frangente nessuno mi propose alcun farmaco o colloquio terapeutico, nemmeno se ne parlò e ve ne fu il tempo. 
Mio padre, medico internista, era presente e testimone di tutti i fatti, ma non ha saputo opporsi o tentare di reagire per il forte shock. 
Quando poi giunsi in ospedale e chiesi spiegazioni, il Primario in termini denigratori e accusatori mi disse che la mia vicina di casa si era recata da lui per descrivere l’aggressione (nei termini invertiti) e aveva chiesto di prendere un provvedimento restrittivo. Io non avevo testimoni al momento dell’aggressione, ma di nuovo spiegai come erano  andate le cose, peraltro sconvolta dal fatto che avessero da 2 anni ignorato le mie richieste di tutela fino al rischio verificatosi di perdere la vita per mano di queste persone. Il Primario, sempre con un atteggiamento di palese sostegno, giustificazione e solidarietà con i miei vicini, ribattè in quell’occasione che “se mi avessero effettivamente uccisa avrebbero fatto bene, lui sarebbe stato contento”. 
Questa fu solo una delle tante esternazioni pesanti e spesso illogiche (di fronte al personale che ne prese atto) che subii da lui durante tutti i ricoveri eccetto il primo. La sua  condotta da un punto di vista umano e deontologico fu così marcatamente scorretta da creare imbarazzo al personale e alla fine, per fortuna, indusse un medico del suo staff a prendere posizione e esautoralo dallo seguire in specifico il mio caso, che venne passato al collega (“Ci siamo resi conto che c’e’ un problema con il Dott.X, temiamo che questo possa compromettere il suo equilibrio”)

Inutile dire che nell’eventualità’ di un procedimento legale a parte mio padre e un infermiere non più n servizio in quel reparto e distante anche geograficamente, nessuno di queste persone informate dei fatti sarà disposta a parlare; sono piuttosto certa riguardo agli infermieri, che me l’ hanno già in parte comunicato, esprimendo anche timore nell’essere coinvolti (anche se lo saranno d’ufficio, come presumo). 
Durante i ricoveri ovviamente ho dovuto sottostare a una terapia diversa come dosaggi dalla mia abituale e soprattutto mi venne prescritto un neurolettico indicato per le patologie deliranti a dosaggi altissimi e per via intramuscolare a rilascio lento (depot). Questo creava effetti collaterali fisici molto penosi ed evidenti. 
Ma dopo le dimissioni dovevo ogni 15 giorni presentarmi al CSM per ricevere l’iniezione e una volta che credetti di poter contrattare con i medici almeno una somministrazione per via orale, meno dannosa, fui letteralmente sequestrata all’interno del CSM, presa con la forza e sottoposta all’iniezione, mentre un medico sbarrava le porte.e mi parlava in toni derisori, come a un bambino. Io peraltro sapevo da tutte le esperienze precedenti che era del tutto inutile chiamare le forze dell’ordine, acriticamente esecutrici di qualsiasi decisione, legale o non, dei servizi sanitari pubblici. 
All’atto delle dimissioni dall’ultimo ricovero nuovamente il Primario volle prescrivere quella terapia rivelatasi dannosa oltre che non efficace per il mio disturbo e lo fece contro il parere di mio padre medico e della collega psichiatra del CSM che erano presenti. Alle richieste di spiegazione di mio padre, soprattutto sull’effettiva utilità e meccanismo scientifico del farmaco suddetto, il Primario dimostrò con risposte vaghe di non conoscerne neppure l’emivita. Eppure ribadì che l’unica condizione a cui potevo essere dimessa era di nuovo questa terapia ogni 15 giorni, perché ” Bisogna fare braccio di ferro con la paziente e qui decido io”. 
Però se non altro dopo quelle dimissioni il farmaco creò effetti più gravi, tali da portarmi a rischiare lo scompenso cardiaco; così mio padre prese finalmente coraggio e informalmente diffidò tanto il CSM quanto il reparto dal continuare ad occuparsi del mio caso, pena il ricorso a vie legali. 
Immediatamente tutte le interferenze nella mia vita, i controlli  che subivo da parte del CSM al mio domicilio (preciso che dal punto di vista legale non ho mai infranto alcuna legge e sono incensurata) e soprattutto le violazioni di domicilio ingiustificate (ogni volta che i vicini chiamavano il SUP) cessarono e io ritornai ad essere un cittadino in possesso dei suoi diritti, soprattutto quelli costituzionali e della persona. 
 

Purtroppo il danno che ho riportato sul piano biologico, ma ancor più morale ed esistenziale e’ immane. A tutt’oggi persistono i sintomi di un Disturbo da stress post traumatico non risolto del tutto (incubi, terrori, ansia continua, crisi di panico e depressione). Per dare l’idea del progressivo deteriorarsi delle mie condizioni di vita posso dire, con vergogna, che non sono in grado di lavare il mio corpo dal 2005 a causa delle coercizioni subite qui in casa e in ospedale verso la mia abitudine al lavaggio compulsivo, che mi hanno prodotto idrofobia e altre fobie (soprattutto essere invasa in casa da ulteriori interventi) e comportano chiaramente un’invalidazione assai più grave di quella già grave che vivevo dopo anni di cronicità. 
Gli effetti si sono ripercossi a macchia d’olio sui miei familiari, ormai anziani, sui loro ritmi di vita alterati dall’esigenza costante di farsi carico non solo delle mie esigenze materiali ma della mia tutela, legale e fisica. E per questo sono sorte incomprensioni e problemi nell’ambito allargato delle loro famiglie d’origine. 
Peraltro i vicini (sentendosi legittimati dai medici e probabilmente sapendo che sarei stata da loro intimidita con lo stesso TSO a non sporgere denuncia, cosa che in effetti non sono poi riuscita a fare) mi hanno poi querelata con la falsa accusa dell’aggressione, anche se ora dopo il loro trasloco hanno rimesso la querela. E l’onere economico per la mia difesa legale è andato ovviamente a carico della famiglia, giacché sono da sempre inabile al lavoro.
 

Aggiungo che alla mia richiesta delle cartelle cliniche effettuata alcuni mesi fa,quella dell’ultimo e più visibilmente illegale ricovero , è stata dal Primario dichiarata smarrita (all’interno del reparto: secondo l’archivio non e’ mai giunta a distanza di due anni nella preposta sede di archiviazione!).Egli ha sposto regolare denuncia di smarrimento e la Direzione Sanitaria dell’Ospedale mi ha dato notizia ufficiale  per iscritto.

Senza contare che solo alla consegna delle altre cartelle relative ai TSO precedenti ebbi modo di scoprire la diagnosi che egli aveva formulato…a quanto pare anche all’insaputa della mia psichiatra curante al CSM che si dichiara tuttora discorde. Del resto gli estenuanti accertamenti che ho poi eseguito privatamente a me spese  ripetutamente disconfermano tale diagnosi, rilevando sempre solo il mio Disturbo ossessivo compulsivo (purtroppo con sintomatologia aggravata dalle “cure” subite!) 

Oggi, a distanza di 2 anni, essendo effettivamente cessata anche la minaccia dei vicini, recentemente trasferitisi altrove, io sento il bisogno di informare le autorità di quanto accaduto; e non solo quale riconoscimento a me stessa, veramente terapeutico,della reintegrazione del mio diritto civile ma perché oggi lo considero un dovere morale, nonostante l’irrimediabilità del danno subito, nei confronti di altri pazienti presenti e futuri. E non soltanto ovviamente di quel reparto nello specifico.  

Eppure il muro di omertà (anche da parte del personale allora in servizio), i giochi di potere politici che sottendono alle cariche sanitarie, la difficoltà e la fatica di sottopormi a innumerevoli perizie, il fatto che nessuno psichiatra oggi è veramente disposto a pronunciarsi, ben sapendo che questo andrebbe a mettere a rischio la credibilita’ di un collega, mi svuotano ogni giorno di più di fiducia e speranza e perpetuano il dolore e la difficolta’ di convivere ogni giorno con i danni subiti. 
 
 

                                                                                                                   Arianna 

 

Benchè la nostra situazione continui a non essere fluida, benchè ci fossimo ripromessi di fare una pausa per il  periodo estivo , non abbiamo potuto esitare un attimo a pubblicare questa nuova testimonianza, della quale non osiamo fare alcun commento, tale è la sua pregnanza.
 
 


La marea fuori

Febbraio 11, 2008

E’ arrivata l’onda lunga e improvvisa sotto forma di una parotite virulenta che ha portato “Lei” all’ospedale urgentemente. La marea, inaspettata e violenta, ha trascinato anche la madre, rientrata precipitosamente a casa e scaraventata in taxi all’ospedale. Scuse, baci, abbracci, virus, lacrime tutto si è fuso e consumato nella corsia, sotto lo sguardo attonito di una vecchietta e di un bambino albanese di dieci anni distesi nei loro letti di pena da tanti giorni.

Sembra che la cosa si risolverà una settimana. Io, noi, senza parole, ormai. Non riusciamo a avere una nostra vita neppure per un giorno. Seguitiamo a scavare e cercare di trovare un senso a tutto questo. E più scaviamo per terra e più ci troviamo proiettati verso il cielo. Sembra che deve essere così. Ci provo a credere e aspetto.


Allora “Lei” cosa ha fatto?

Febbraio 7, 2008

Ieri ha pensato bene di “svenirsi” in strada e farsi portare in ambulanza al Pronto Soccorso. Accudita, analizzata, confortata per qualche ora. La madre/Prontosoccorso è stata molto sollecita e attiva. Ne è uscita contenta e allegra. A cena mi ha raccontato nei minimi particolari quanto i medici erano stati bravi e quanto era carino un infermiere! Dell’assenza della madre, nemmeno una parola. 

“Lei” è una voragine di  richieste che non possiamo soddisfare…l’affetto non basta mai, così come i soldi, così l’amore, così come l’attenzione, così come il parlare…Bisognerebbe essere organizzati come alla corte d’inghileterra: una sequela di servi, servitori, maggiordomi, segretari, medici, assistenti, cameriere, parrucchiere, stallieri,… ecc. ecc. tutti a suo servizio, tutti pronti a assecondare le sue richieste…è mai possibile che non si trovi un altra strada?

Ripensando, però, l’idea del prontosoccorso non è male… e se mi svenissi anch’io?


La Madre esasperata

Febbraio 6, 2008

che ha deciso di andarsene di casa,  ogni giorno telefona per sapere cosa è cambiato o se “qualcosa è cambiato”. Ha sperato in una figlia triste  che finalmente rivelasse il suo vuoto. Non è stato così. La figlia ha negato e annegato nella indifferenza prima, nella contentezza poi, la lontananza della madre. Questa mattina è il primo momento che qualcosa si muove, ma sempre nella stessa direzione del “prima”: dolori e crampi alle gambe inesistenti, rabbia, pesantezza e voglia di starsene nel letto. Poi, dopo mie esasperate insistenze, si è avviata verso la cooperativa per fare un lavoretto di un paio d’ore.

Adesso provo un senso di noia profonda, la ripetitività delle reazioni di mia figlia mi annichilisce: che fare?


Era Inevitabile

Febbraio 2, 2008

che prima o poi ci fosse una reazione diversa, differente, o disperata, estrema. Da qualche giorno “Lei” voleva un pieno per il suo cellulare completamete svuotato nelle hot-line. La sua richiesta è diventata progressivamente assillante e imperiosa fino a divenire un ultimatum intimidatorio. Ma noi siamo stati decisi e uniti sulla linea del rifiuto. Il tono si è fatto sempre più minaccioso fino a sfociare in una vera e propria violenza nei confronti di sua madre, approfittando delle ore in cui mi sono recato al lavoro. Non solo “Lei“ ha aggredito fisicamente sua madre, ( per fortuna in modo non pesante) ma è scesa in strada e ha cominciato a insultarla e umiliarla a gran voce con le peggio parole. E dopo una mezz’ora se ne è andata infuriata, finalmente, chi sa dove.

Così mia moglie, esasperata, dopo anni di vessazioni , di pazienza, di conpresenza, di accoglimento, di comprensione ha fatto frettolosamente una borsa, ha scritto un biglietto a “Lei”, mi ha telefonato piangendo e mi ha detto con grande dispiacere che se ne sarebbe andata per qualche giorno da dei nostri amici, perchè era arrivata sull’orlo del baratro.

Oggi sono solo con “Lei”. Mi sento smarrito e confuso. C’è uno strano silenzio nella casa che ha cambiato volto. Le stanze sono diverse, hanno cambiato colore. Non riesco a concentrarmi su niente. Mi aggiro tagliando l’aria come se fossi immerso in un liquido inodore e asettico. Scrivo queste poche righe per aiutarmi a trovare un senso di quello che sta accadendo. Sono andato a ricercare il libro di un sopravvissuto ai campi di sterminio, Imre Kerteszl, le cui parole mi hanno sempre aiutato: “Non esiste assurdità che non possa essere vissuta con naturalezza e sul mio cammino, lo so fin d’ora, la felicità mi aspetta come una trappola inevitabile. Perchè persino là, accanto ai camini, nell’intervallo fra i tormenti c’era qualcosa che assomigliava alla felicità”. Così apro la finestra e respiro profondamente l’aria.